L’analisi congiunturale 2016 di Andi presentata in Expodental a Rimini – Come cambia la professione odontoiatrica: accenni di ripresa ma permane l’incertezza. Resta stabile il modello di studio singolo. Dopo la crisi le famiglie riprendono a spendere per le cure

La composizione della “popolazione” odontoiatrica, l’andamento del mercato rilevato nel 2015 rispetto all’anno precedente, l’organizzazione che si sono dati i dentisti, le caratteristiche dei loro studi, quanto lavorano, le specialità praticate, chi sono i loro collaboratori, quanto lavorano, come stanno pensando al giorno in cui usciranno dal mondo del lavoro, come si rapportano con il cambiamento dettato dalle nuove tecnologie, come e quanto la crisi ha modificato abitudini ed investimenti: tutto questo, e altro ancora, è nell’analisi congiunturale 2016 realizzata dal Servizio studi Andi (“La Professione odontoiatrica cambia o rimane fedele ai suoi modelli?”), che viene presentata stamani in Expodental a Rimini. I lavori saranno aperti dal presidente di Andi, Gianfranco Prada, e dal presidente di Unidi, Gianfranco Berrutti, cui seguirà l’illustrazione della ricerca Andi da parte del prof. Aldo Piperno. Dai dati elaborati (sono stati intervistati più di tremila odontoiatri) emerge che il modello organizzativo scelto per svolgere la professione è quello dello studio singolo o del collaboratore mentre, in termini di tempo dedicato al lavoro e di conseguenza della percezione dei ricavi, il trend è quello rilevato anche negli anni precedenti: il dentista lamenta una sotto umiliazione del tempo in proporzione alle potenzialità dello studio. Un segnale positivo arriva, però, dalle previsioni sull’andamento dei ricavi nel 2016: meno del 30% degli intervistati pensa che la situazione peggiorerà. Nel 2014 i pessimisti erano quasi il 40%.

Venendo al dettaglio della ricerca, risulta che conservativa, endodonzia, protesi e odontoiatria generale sono prestazioni erogate da quasi tutti i dentisti. Implantologia e protesi crescono con l’età del dentista, mentre l’odontoiatria infantile cala con l’età. Nel 2016 rispetto al 2015 la percentuale di dentisti è lievemente diminuita per alcune specialità (chirurgia orale, conservativa endodonzia, ecc.); la variazione è dovuta al calo del numero medio di specialità praticate. Analizzando quali fattispecie di studio stanno nella categoria dei titolari/contitolari, si rileva che gli studi indipendenti sono solo il 75% del totale di questa categoria nel 2016 e il 74,9 nel 2015. In ultima analisi l’aumento registrato degli studi  con titolari/contitolari non significa che è cambiato il modello professionale dominante (studio indipendente, singolo). Semmai, il dato rilevante riguarda il fatto che nel 2016 il 25% degli studi è riconducibile a fattispecie diverse dallo studio singolo. La percentuale di studi senza dipendenti assume un valore minimo (11,4%), dovuto in gran parte ai dentisti più giovani, alle donne e a coloro che operano nelle regioni del sud, mentre nel caso dei collaboratori il valore minimo si registra presso i dentisti più giovani (18,2%). Nel 2016 la percentuale di coloro con un tempo lavoro inferiore alla disponibilità è pari ad un terzo e risulta diminuita rispetto al 2015; al contempo quella con un tempo lavoro superiore pari al 12,9% è aumentata. Stabile la percentuale di quelli con tempo lavoro coerente con la disponibilità, che riguarda oltre la metà. Tale scenario è coerente con quanto accade in un contesto di ripresa del mercato, una ripresa però caratterizzata da incertezza (un sondaggio Andi di 20 anni fa aveva già rivelato che nel caso di  una ipotetica ripresa e/o aumento di clientela i dentisti  gestiscono la situazione emergente con un aumento del numero di ore lavoro e con una gestione delle liste di attesa più produttiva prima di cambiare struttura dello studio). Il sotto-utilizzo del tempo di lavoro è spiegato dalla quasi totalità dei dentisti dall’insufficienza o da un calo/mancato incremento della clientela. La percentuale del 2016 risulta in lieve calo rispetto al 2015 (da 94,3% a 90,7%). Cresce (si raddoppia) da 1,2 a 2,4% la percentuale di coloro che attribuiscono la causa al mancato adeguamento della pratica. Seppure si tratta di un’assoluta minoranza di dentisti, il punto interessante sta nel fatto che, pur essendo pochi, si raddoppiano quelli che hanno capito che avrebbero dovuto cambiare pratica.

Per quanto riguarda i ricavi, il 33,6% degli intervistati dichiara che quello del 2015 rispetto al 2014 è stato inferiore: questa percentuale è diminuita di quasi 11 punti rispetto all’anno precedente. Da segnalare che la metà circa (49,7%), in aumento rispetto al 42,3% del 2015, dichiara un ricavo stabile. C’è quindi un miglioramento che si configura così: l’11% dei dentisti che ha conseguito il miglioramento si sposta per il 7,4% nella categoria di ricavato stabile e il 3,4% nella categoria del ricavato superiore. I dati del sondaggio trovano un supporto nei dati macroeconomici, secondo cui si registra un aumento della spesa odontoiatrica pari al 18,5% tra il 2013 e il 2014. Più in generale l’andamento delle spesa odontoiatrica si è dimostrato marcatamente sensibile all’andamento del Pil. A ciò si aggiunge che il consumo e la spesa odontoiatrica sono una categoria di spesa alla quale le famiglie non rinunciano completamente, a differenza di altre voci di consumo, ma che tendono a differire.  Pertanto è lecito supporre che le spese non sostenute nel corso degli anni di recessione si siano concentrate nel periodo successivo, quando si registrano uno stop alla recessione e un minimo di ripresa.

Oltre la metà dei dentisti pratica tariffe in linea con il tariffario Andi, mentre il 20,7% (in diminuzione rispetto all’anno precedente) pratica tariffe più basse e il 13,5% più alte (in aumento rispetto all’anno precedente). Dunque, in linea con i risultati precedenti le previsioni per il 2016 mostrano segnali di miglioramento. Si è visto che l’andamento del ricavato e quello del Pil si muovono abbastanza nella stessa direzione. E quindi, indirettamente, v’è un effetto del reddito sul consumo di prestazioni. Ma quale è, invece,  l’effetto del livello delle tariffe sul consumo?

Dal momento che la tariffa determina in qualche misura il ricavo solo nel 44,5% dei dentisti, questo implica che altri fattori agiscono nel determinare il livello del ricavo: oltre alla tariffa incidono anche fattori riconducibili alla fiducia del dentista nella propria professione e a suoi comportamenti pro-attivi, oltre che ad un contesto economico favorevole.

Nel 2016 le strategie messe in atto sono principalmente a due: 1) investimento nella formazione propria, del personale e investimento nello studio; 2) ottimizzazione nell’utilizzo delle risorse in termini di aumento dell’efficienza e riduzione della spesa. Si segnala un deciso calo della percentuale di dentisti (dal 22,7%  del 2015 al 14% del 2016) che hanno fatto convenzioni con fondi e assicurazioni. L’accordo più elevato si registra nella convinzione che la concorrenza è destinata ad aumentare e che il format che maggiormente si svilupperà sarà quello dello studio libero-professionale indipendente ma in associazione. Ossia i dentisti ritengono che il modello tradizionale presente rimarrà fondamentalmente tale, ma in una forma cui si attribuisce la potenzialità di una maggiore efficienza e di sinergie operative.

Nell’indagine condotta ad inizio del 2016 gli intervistati hanno manifestato in larga maggioranza la convinzione che nel corso del 2016 l’impatto della crisi sulla professione rimarrà uguale all’anno precedente o addirittura aumenterà, mentre una minoranza (10% circa) è di opinione contraria. Tra le difficoltà riscontrate nel 2015 (dichiarate nell’indagine 2016) quelle maggiormente indicate sono il peso della burocrazia (90,3%), il calo della domanda (70%), il ritardo nei pagamenti (69,5%) e l’aumento della concorrenza sleale (52,7%). Rispetto all’anno precedente cresce la percentuale relativa al carico burocratico e alla concorrenza sleale e cala leggermente quella dovuta al calo della domanda.

Pubblicato il 20 maggio 2016

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