120 anni più uno: il ritorno del World Dental Congress

120 anni più uno: il ritorno del World Dental Congress
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Da 121 anni, FDI World Dental Federation mira a costituire un interlocutore privilegiato per la professione odontoiatrica e per i regolatori internazionali, un punto di riferimento e di scambio per tutti gli operatori del settore. FDI raccoglie oltre 200 associazioni nazionali interessate alla salute orale, arrivando a rappresentare oltre 1 milione di professionisti nel mondo. La pandemia ha colpito duramente FDI, che nel 2020 si è vista costretta a cancellare il suo congresso annuale (World Dental Congress, WDC) organizzato a Shanghai. Tuttavia, grazie alle tecnologie dell’informazione e al lavoro di moltissimi, quest’anno il WDC si è tenuto regolarmente, seppure in formato virtuale, in diretta da Sydney.

Il Dottor Edoardo Cavallè, che rappresenta ANDI presso la Federazione Internazionale degli odontoiatri, descrive in dettaglio i temi discussi al World Dental Congress.

FDI nasce esattamente 121 anni fa a Parigi, per volontà del dottor Charles Gordon e di cinque suoi colleghi; l’origine è presente ancora nel suo acronimo, vista la denominazione originale di Fédération Dentaire Internationale. Bisogna ricordare come, nel mondo, la professione odontoiatrica abbia una lunga storia, ma una affermazione e soprattutto una identificazione tardiva. Pensate quindi quale potesse essere la situazione all’alba del XX secolo: la salute orale era gestita in pochissimi casi clinicamente, da personale medico adeguatamente formato. In questo contesto, il dottor Gordon e i suoi colleghi – medici e chirurghi, ma tutti con un bagaglio di competenze odontoiatriche – hanno un progetto: fondare una associazione che funga da punto di incontro, di confronto e di discussione per tutti i medici odontoiatri, e che abbia come obiettivo primario l’avanzamento scientifico e clinico della medicina odontoiatrica. La loro mission, diremmo oggi, diviene quella di concentrarsi sulla formazione dei professionisti, sulla salute orale e sull’accessibilità delle cure. In buona sostanza, questa è rimasta la direzione di FDI.

Cosa è successo al Congresso 2021?

L’assemblea plenaria dei delegati FDI (General Assembly, GA), momento istituzionale del WDC, quest’anno è stata particolarmente intensa: gli invitati a vario titolo sono stati 537, con 195 membri votanti. Per supplire all’impossibilità di un incontro in presenza, alle sedute deliberative si sono aggiunte delle sessioni di dibattito aperte a tutti i partecipanti: la discussione è stata estremamente densa e produttiva, e ha spesso sforato gli orari previsti dall’organizzazione; in alcuni casi, si è decisamente scaldata. Ma c’era da aspettarselo: l’ultimo anno è stato estremamente pesante e per la professione, e per i contatti internazionali; da questo punto di vista, FDI ha sofferto doppiamente. Il 2021 poi è stato un anno di grandi cambiamenti: oltre all’edizione del documento programmatico FDI, Vision 2030, elaborato da una task force d’eccellenza e poi redatto e commentato da tutte le associazioni nazionali, è stato anche varato dall’OMS il documento Global strategy on tackling oral diseases. Ambedue i documenti intersecano tutte le preoccupazioni nate lungo gli anni, e tristemente confermate durante la pandemia: la correlazione tra salute orale e altre forme di patologie sistemiche non trasmissibili (NCDs); l’appello ad una continuità per le cure odontoiatriche anche in momenti di emergenza sanitaria; l’inserimento della salute orale all’interno di un quadro meno specialistico, in riferimento al benessere sistemico della persona e della società; la richiesta di tutela e di formazione avanzata per tutti gli operatori del settore; la necessità improcrastinabile di rendere la medicina odontoiatrica inclusiva e accessibile a tutti i pazienti.

Quali sono i temi emersi in sede di discussione?

Elencare tutti gli spunti, le riflessioni, le proposte – e le obiezioni – nate durante un’assemblea durata più di una settimana sarebbe impossibile: mi limiterò quindi ad alcune considerazioni tematiche. Uno dei temi da subito evidenti è stato quello, ovviamente, della sicurezza sul posto di lavoro.

  Due delle sei policies presentate trattavano espressamente il tema della prevenzione e del contenimento di elementi patogeni all’interno dei setting odontoiatrici, sintetizzando quanto appreso e applicato durante la pandemia; da questo punto di vista, il contributo della task force COVID-19, operante dall’Aprile 2020, è stato fondamentale. Tuttavia, queste preoccupazioni diciamo così tecniche contenevano al loro interno anche una richiesta politica: quella del riconoscimento di una dimensione attiva, propositiva, per l’odontoiatria.

  Il COVID ha costituito una presa di coscienza molto forte per i professionisti di tutto il mondo. Dopo un incipit non lusinghiero, in cui spesso da diverse parti sono arrivate considerazioni anche sgradevoli sulla natura della medicina odontoiatrica, il riconoscimento univoco dell’odontoiatra come lavoratore necessario per la salute della società ha confermato la sua piena integrazione all’interno del modello della pianificazione sanitaria di base. Questa conclusione manda un messaggio molto chiaro, tanto alla popolazione quanto alla politica nazionale e internazionale: i dentisti ci sono, sono attivi, sono perfettamente in grado di affrontare emergenze sanitarie di qualsiasi natura e garantire la continuità delle cure. Di contro, i sistemi in cui l’odontoiatria è stata costretta a fermarsi stanno faticando a ripartire. Direi quindi che un secondo tema di grande rilevanza è stato quello dell’attivismo: il professionista ha e richiede una posizione incisiva all’interno della comunità, non limitata alla sola prestazione odontoiatrica. Questo apre alla capacità di intervento in una pletora di campi diversi, tutti uniti nel segno della prevenzione.

  Tuttavia, il tema che forse è emerso con più ricorrenza durante tutta la GA è stato quello della sostenibilità per l’odontoiatria: una sensibilità che si sviluppa seguendo le linee guida del concetto One Health, proposto dall’OMS e ormai accettato a livello mondiale e che, come la precedente, sembra sia stata notevolmente catalizzata dalla pandemia. Alcuni punti di discussione focalizzavano espressamente l’attenzione su questo tema: è il caso delle policies sull’amalgama, sul suo corretto smaltimento e sulla riduzione del suo utilizzo – argomento questo, va ricordato, per cui l’Italia costituisce un modello di riferimento a livello globale. Eppure, è stato interessante vedere come il tema della sostenibilità sia emerso trasversalmente durante molte riflessioni, anche di natura prettamente organizzativa; come, ad esempio, la proposta mossa dal Comitato Finanziario FDI di limitare gli spostamenti dei delegati internazionali affidandosi non solo in situazioni di emergenza, ma programmaticamente, al medium virtuale. Sintomi di una professione che sta cambiando, e si chiede con quali mezzi e quali strumenti affrontare il presente e l’avvenire.

Quali le prospettive per il futuro?

Direi che, in questo ambito, la neoeletta Presidente abbia espresso il concetto alla perfezione. Ihsane Ben Yahya, docente a Casablanca e membro dell’Associazione Marocchina degli Odontoiatri, è entrata in carica come Presidente dell’FDI al termine di questa GA. Nel suo discorso di insediamento, ha ricordato a tutti i valori fondamentali e la mission FDI – formazione, diversità, inclusione – riprendendo proprio le parole pronunciate 121 anni fa dal nostro fondatore: senza formazione non esiste equità, e senza equità non esiste avvenire. Io credo che, allora come oggi, la funzione di FDI resti questa: costruire una rete di relazioni attorno al mondo, promuovendo la necessità di una odontoiatria che assuma questi concetti non come delle formulazioni ideali, ma come una promessa verso noi stessi e verso i nostri pazienti.