Il Professionista 4.0 – L’evoluzione delle competenze tra normativa e mercato

Si è svolto a Roma presso l’Auditorium Antonianum, lo scorso 15 novembre, il Congresso dei professionisti italiani dal titolo “Il Professionista 4.0 – L’evoluzione delle competenze tra normativa e mercato”.

L’evento, organizzato da Confprofessioni, si è tenuto all’indomani dell’acceso dibattito parlamentare su un tema che ha visto la Confederazione italiana libere professioni, interlocutrice di rilievo con la classe politica: l’equo compenso.

Nella notte del 14 novembre, infatti, la commissione Bilancio al Senato ha approvato l’emendamento al Decreto fiscale che introduce l’equo compenso per i professionisti, anche se non iscritti a un Ordine.

Secondo l’emendamento, in sintesi, viene considerato equo il compenso determinato in misura proporzionale alla quantità e alla qualità della prestazione erogata, le cui caratteristiche sono stabilite da parametri previsti dai regolamenti delle singole professioni.

A introdurre i lavori il Prof. Feltrin che ha mostrato, nella sua relazione, i dati analizzati dall’Osservatorio delle Libere professioni di Confprofessioni, raccolti nel Rapporto 2017.

Le stime in Europa parlano di una crescita annua del numero dei liberi professionisti di oltre 100 mila unità ogni anno per un numero complessivo che supera i 5 milioni e 600 mila (2016). Dato in controtendenza rispetto alle altre forme di lavoro autonomo (commercianti, artigiani etc.), che appaiono complessivamente in calo nel periodo della “crisi”.

Interessante notare come l’Italia sia l’unico Paese in Europa a superare il milione, con una media di 24 professionisti ogni 1000 abitanti.

Come in tutta Europa, anche in Italia c’è una modesta relazione tra il PIL e la presenza consolidata di liberi professionisti; questo giustifica un divario tra la densità di questo cluster occupazionale, che risulta più basso al Sud, dove il PIL pro capite è inferiore, rispetto al Nord.

Di contro al trend positivo, però,  l’Italia rappresenta il Paese europeo con la maggiore differenza tra i redditi dei liberi professionisti rispettivamente in entrata e in uscita nel mercato del lavoro e appare generalizzato, inoltre, l’abbassamento del reddito medio, che sottolinea come la competizione sia la conseguenza più evidente dei dati succitati. Questo ha reso il contenuto del lavoro e la flessibilità uno dei punti di forza della libera professione, mentre l’incertezza delle prospettive e, come su scritto, il reddito, gli aspetti più critici.

Interessante è la “dimensione d’impresa”: si stima siano circa 223 mila i liberi professionisti con dipendenti, mediamente 3,8 ciascuno; la proiezione, dagli attuali 600/700 mila dipendenti da liberi professionisti, è di raggiungere un milione nel prossimo settennio. In parallelo, migliorano le iniziative di Welfare che testimoniano la richiesta di tutele crescenti.

Nonostante i numeri, però, la categoria dei liberi professionisti è estremamente eterogenea. La ricerca di una propria identità, che per postulato accompagna ogni mestiere sin dalla sua nascita, porta a un’eccessiva frammentazione associativa. Spesso, anche all’interno della stessa categoria professionale coesistono più sigle sindacali che, complessivamente, non riescono a esprimere ai “tavoli” di negoziazione il reale potere contrattuale che avrebbe, invece, una sola sigla onnicomprensiva.

Ma allora come fare a consegnare alla macrocategoria dei professionisti quel ruolo sociale e politico che dovrebbe spettargli, non foss’altro per motivi puramente quantitativi?

Innanzitutto perseguire la cosiddetta umbrella association. È improbabile che nell’immediato futuro possa ridimensionarsi il ruolo e la rappresentatività delle associazioni di categoria. Pensiamo ad ANDI, d’altronde. Una crescita progressiva che ci ha portati, quest’anno, a superare il muro dei 25 mila soci. È altresì vero, però, che le associazioni di categoria, non con pochi sforzi, provano da sempre a supplire alle carenze delle istituzioni pubbliche. Tra le varie sigle si è creato un fenomeno di “Welfare associativo”, un insieme di servizi di assistenza su base solidaristica a favore dei rispettivi soci. E per le funzioni di sostegno pubblico a cui assolvono, i numeri citati all’inizio dell’articolo giustificherebbero a pieno un eventuale sostegno pubblico.

Forse è proprio questo il nuovo ruolo che le associazioni di categoria sono chiamate a svolgere: creare una rete protettiva per i propri iscritti e relativi dipendenti, conservando e rinforzando la propria centralità nel tessuto socio-economico italiano.

In secondo luogo superare i problemi, sempre attuali, come lo snellimento della burocrazia e l’accesso al credito, che scoraggiano investimenti e consentono a società di capitali di guadagnare cospicue fette di mercato.

Ma in tutto questo che fa l’ANDI?

Beh, l’ANDI aveva già intuito tutto ciò che è stato affermato in questa giornata.

Innanzitutto è l’unica sigla odontoiatrica ad aderire a Confprofessioni, ricoprendo un ruolo attivo e propositivo, anche partecipando alla creazione della Consulta Giovani con due suoi giovani soci. Le recenti modifiche al Regolamento, poi, con l’estensione fino a 35 anni dei benefit per i soci young, ad esempio, rappresentano solo una delle azioni intraprese per contrastare la rapida e progressiva proletarizzazione a cui stiamo assistendo.

In secondo luogo l’istituzione di ReteANDI e della Fondazione ANDI Salute, promuove il networking tra professionisti e amplia la già vasta rete di servizi destinati ai soci e ai loro pazienti.

Sembrerebbe che il bilancio sia positivo e che il mercato sia in fase, seppur timida, di ripresa.

Probabilmente il dibattito sull’equo compenso ci interessa solo in parte, ma se fosse l’anticamera per l’introduzione delle tariffe minime?

 

Alessandro Colella
Consigliere Provinciale ANDI Bari BAT

Pubblicato il 6 dicembre 2017

Newsletter del 06.12.2017

 

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