La generazione perduta

ghetti_228X148Brutti tempi se il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, afferma che il livello di disoccupazione giovanile in Italia è assolutamente intollerabile con il rischio di avere “intere generazioni perdute” all’interno del nostro Paese, riferendosi alle generazioni degli anni 80 e 90.

Parole simili ha usato il Governatore della BCE, Mario Draghi: “Nonostante sia la generazione meglio istruita di sempre, i giovani di oggi stanno pagando un prezzo molto alto per la crisi. Per evitare di creare una generazione perduta dobbiamo agire in fretta”.

Per dare un senso al termine è bene ricordare che il primo ad usarlo è stato Ernest Hemingway in “Fiesta” attribuendolo a Gertrude Stein che lo aveva riferito al gruppo che raggiunse la maggiore età durante la prima guerra mondiale uscendone ben più che decimato.

L’Europa e con essa l’Italia non combattono guerre globali da oltre 70 anni, ma questa persistente crisi economica sta producendo effetti negativi tipici di una guerra su alcuni aspetti vitali quali tra gli altri la crescita economica, l’occupazione, specie quella giovanile, la sicurezza e la certezza del futuro e che in modo chiaro e semplice possiamo descrivere come il lavoro oggi e la pensione domani che sono peraltro l’una la diretta conseguenza dell’altro qualitativamente come quantitativamente.

A questo punto dobbiamo porci questa domanda: “il nostro piccolo* mondo odontoiatrico è indenne da questa particolare situazione o dobbiamo prevedere anche una generazione perduta di dentisti”?

Quindi ciò che dobbiamo esaminare sono il lavoro e la pensione dei giovani dentisti dove però il lavoro è una necessità immediata mentre la pensione è una prospettiva a lungo periodo, ma questo non può essere una ragione per non affrontarla da subito quantomeno sul piano della conoscenza.

Il lavoro del dentista sta vivendo un periodo particolare, vuoi per la crisi economica generale, vuoi per l’aumento costante del numero dei dentisti, vuoi per la forte crescita di realtà concorrenziali col tradizionale modello dello Studio Monoprofessionale.

La crisi economica generale grava fortemente su tutti, o quasi, i nostri pazienti sia come diminuzione della capacità di spesa, sia come aumento della sfiducia nel futuro ed i due fattori impediscono una cura ottimale della propria salute che è anche la causa principale della riduzione dell’aspettativa di vita registrata ora dopo decenni di crescita ed in questo quadro di riferimento le cure dentistiche non sono più una priorità.

L’aumento costante del numero dei dentisti è un dato certificato ed a fine del 2015 gli iscritti agli Albi Odontoiatri erano 60.000, anche se non tutti esercitano, ma tutte le nuove iscrizioni da 20 anni a questa parte sono di laureati in odontoiatria che altro non possono fare se non i dentisti.

E’ lecito supporre che nei prossimi 10 anni, come minimo, si iscrivano all’albo tra 1.500 e 2.000 nuovi dentisti all’anno (800 dall’Università Italiana e gli altri dalle Università dell’UE quali Spagna, Romania ed altre) mentre coloro che lasceranno la professione saranno molto meno perché l’aumento dell’età pensionabile a 68 anni ha spostato in avanti l’effetto della “gobba demografica” ed inoltre per la natura stessa di lavoratore autonomo il dentista va in pensione, ma potendolo fare continua a lavorare.

La forte crescita della concorrenza, che si sta ora sviluppando all’interno di un settore che per decenni è stato immobile in un equilibrio tra un servizio pubblico minimo ed una forte attività privata attraverso gli studi monoprofessionali, vede fenomeni ormai consolidati come il “turismo odontoiatrico” ma anche lo sviluppo di Catene di Cliniche Odontoiatriche diversamente organizzate e più o meno “low cost” con un intervento sempre più rilevante di capitali, anche esteri, di provenienza non odontoiatrica.

Su questo quadro di crisi generale e professionale si insinua anche la crescita della Intermediazione Sanitaria che per l’odontoiatria tradizionale non è ancora rilevante per valore assoluto, ma è estremamente pericolosa per quanto riguarda l’organizzazione dei flussi dei pazienti che nello status di iscritti a Fondi, Casse, Mutue, Assicurazioni, sono indirizzati esclusivamente verso le Strutture e gli Studi convenzionati.

Quindi abbiamo da una parte una torta di dimensione praticamente costante anche se obiettivamente si può prendere atto di un lieve miglioramento, ma dall’altra abbiamo un maggior numero di commensali a dividersi la torta quindi la media sarà una fetta più piccola a meno che il PIL non cresca di diversi punti e la disoccupazione cali altrettanto.

Questa situazione è perfino ancora più intricata perché gran parte dei nuovi dentisti sono figli di dentisti e se anche saranno agevolati nell’accesso alla professione non vuol dire che ciò aumenterà i pazienti o aumenterà il fatturato per cui spesso il genitore, certamente all’inizio, ma per quanto poi?, si troverà a trasformare la “paghetta”, si fa per dire, da esentasse in un costo detraibile ed in un conseguente reddito imponibile oppure dovrà attuare una sorta di redistribuzione del proprio reddito od anche sostituire collaboratori esperti già in attività con il risultato di spostare su altri il problema occupazionale e comunque sia chi non troverà adeguato lavoro o lo dovrà ridurre sarà una facile preda in un mondo del lavoro odontoiatrico male programmato ed assolutamente non regolamentato.

Tutto ciò ha le sue naturali ricadute sulla Previdenza, su quella personale come sull’intero sistema (Enpam) che si regge tuttora su un calcolo fondamentalmente contributivo, ma con un rendimento predefinito e le rendite pagate con un meccanismo a ripartizione, in presenza di una contribuzione destinata ad arrivare al 19.5%, ma ben lontana dalle aliquote INPS e che deve poter contare su gettiti contributivi adeguati per mantenersi un equilibrio.

La pensione del dentista non può essere un problema da affrontare nell’ultimo decennio lavorativo, come purtroppo accade ora, ma deve essere oggetto di approfondimento fin dai primi anni per comprenderne pienamente i meccanismi, anche quelli più complessi quali il riscatto e l’allineamento, come anche quelli della Pensione Complementare anch’essi non semplici, ma importanti.

Prima si fa il riscatto e meno costa, prima si accede alla previdenza complementare e più saranno i vantaggi (fiscali) al momento del godimento e solo così si potrà sperare di avere una rendita soddisfacente, ma purtroppo al giovane dentista, come succede poi a tutti i giovani lavoratori, dopo aver pagato tasse, contributi obbligatori e quell’altro che serve, resta ben poco da poter investire sul proprio futuro.

Perciò la chiave di volta non può che essere il lavoro ed un buon livello di occupazione e di reddito ma per ottenerli in questa congiuntura economica particolare occorre aumentare il numero dei pazienti favorendone l’accesso alle cure odontoiatriche attraverso gli strumenti legali e fiscali, quindi non limitandosi più alla sola organizzazione dell’offerta, ma attivandosi anche nell’organizzazione della domanda.

Senza lavoro non c’è reddito, senza reddito non c’è pensione, senza pensione non c’è futuro ed allora sì, le generazioni sono perdute.

 

(*) l’attività odontoiatrica vale 6,7 mld euro quindi meno dello 0,5% del PIL

 

Tesoriere Nazionale
Gerardo Ghetti

firmaGhetti

Pubblicato il 4 maggio 2016

Newsletter del 04.05.2016

 

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