L’evoluzione dello studio monoprofessionale

AndiInforma-Ce_228x148_RocchettiCi eravamo lasciati con l’ultimo mio articolo con il dire che avremmo ripreso il discorso sul futuro e sull’evoluzione dello studio dentistico, del “nostro studio dentistico”.

Per poter proseguire nell’analisi in modo oggettivo credo sia utile analizzare insieme qualche dato statistico.

 

  • 61.000 esercenti iscritti agli Albi (fonte FNOMCeO)
  • 43.000 studi/strutture operanti (fonte Agenzia delle Entrate)
  • 36.000 studi odontoiatrici tradizionali con titolare un dentista libero professionista
  • 5.000 circa studi associati (più professionisti in un unico studio)
  • 1.500 circa quelli organizzati in società di capitale (nella maggior parte dei casi il socio di maggioranza è un dentista iscritto all’Albo)
  • 500 circa le cosiddette “Catene odontoiatriche” (low cost e franchising) gestite da non odontoiatri
  • 90% degli italiani si fa curare da dentisti “tradizionali” (il singolo dentista con studio proprio)
  • 5% si fa curare nelle “Catene odontoiatriche”
  • 5% si cura nel pubblico

L’indagine presentata da ISTAT a luglio 2015 e condotta sull’intero 2013 mostra che si è rivolto al dentista il 37,9% della popolazione rispetto al 39,3 del 2005 con un calo percentuale del 1,4%: in altre parole, solo 1 italiano su 3 è andato dal dentista almeno una volta l’anno. Nel Mezzogiorno il 27,7%, oltre 10 punti percentuali in meno rispetto alla media nazionale: solo 1 su 4.

È doppia nel Mezzogiorno (12,1%) la percentuale rispetto al Nord (6,2%) di coloro che non sono mai stati dal dentista, mentre è in aumento dal 24,0 al 29,2%, quanti hanno dilazionato le visite in un arco temporale più lungo: da 1 a 3 anni.

Sul totale di quanti hanno rinunciato alle cure, i motivi economici incidono per l’85,2%.

Il 50% di chi ha una laurea si reca almeno una volta dal dentista, mentre scende al 27,6% tra chi è in possesso della licenzia media.

Dati e spunti molto interessanti, frutto della sinergia ANDI e OCPS (Osservatorio Consumi Privati in Sanità) Bocconi, sono usciti dal recente Workshop di Cernobbio.

La maggior parte degli studi (75%) è monoprofessionale, il 13% è studio Associato, l’88% di colleghi svolge l’attività come titolare di studio e nel 28% degli studi non ci sono collaboratori.

Si evidenzia una riduzione della domanda e traslazione su prestazioni a minor valore aggiunto per lo studio di piccole dimensioni con contrazione degli utili rispetto agli studi di maggiori dimensioni.

Il 78% dei titolari ha più di 45 anni ed il 69% lavora da oltre 20 anni, l’81% ritiene che la professionalità nel suo studio sia superiore alla media e che i fattori principali di successo siano la relazione con il paziente e la reputazione.

Oltre un terzo degli studi ha ridotto i ricavi imputando il fenomeno alla complessa ed onerosa gestione ed all’eccessivo carico fiscale, la gran parte non sa quale quota del ricavo ha investito nello studio ed il 52,2% è talmente insoddisfatto della attuale professione che mette in dubbio se la rifarebbe.

L’analisi dell’attuale quadro assistenziale odontoiatrico mostra una tendenza del paziente a rinunciare alle cure o demandarle, in un panorama contaminato da forte concorrenza che spesso si avvale di mezzi non propriamente etici (pubblicità selvagge, vendita di prodotto con svilimento dell’atto terapeutico).

Il paziente che sempre più si informa on line, con occhio molto attento al fattore costo e che ha difficoltà a percepire la qualità della prestazione rispetto a quella percepita, è disorientato con oggettive difficoltà nella scelta del curante

I punti di debolezza dell’attuale prevalente modello, studio monoprofessionale, si possono riassumere in scarsa comprensione delle opportunità e delle avvisaglie che il “mercato” mostra, nella elevata percezione di sé e nella scarsa propensione all’associazionismo e all’investimento.

La titolarità dello studio, prevalentemente piccole strutture, resta in capo a professionisti di età elevata che faticano a cogliere le possibilità date dalle nuove tecnologie digitali, dalla maggiore attenzione alla qualità da parte di alcuni segmenti di pazienti, dalla parziale ripresa economica e dalla forza contrattuale degli acquirenti collettivi di prestazioni (sanità intermediata).

I punti di forza del modello monoprofessionale sono invece le motivazioni e le competenze professionali del titolare, la buona qualità relazionale e la situazione di “prossimità” al paziente.

Questo modello ha attraversato un periodo di grandi cambiamenti, la crisi economica, i nuovi attori (le catene, la concorrenza di capitali anche internazionale), l’aumento dell’offerta di dentisti, l’emergere dei terzi paganti, il mutamento dei consumi e dei consumatori, ma contro le previsioni di molti ha resistito, restando fedele al proprio ruolo, a suo modo innovando e riuscendo a comprimere i margini.

Ma ora la stabilizzazione e la “messa in sicurezza” della formula necessitano di un impegno aggiuntivo, bisogna disporre delle informazioni per creare una strategia non autoreferenziale, ma sulla base delle esigenze e delle attese degli Associati, con un loro coinvolgimento diretto, mettendo in piedi azioni per sostenere la domanda e azioni per aiutare gli studi a fronteggiare la concorrenza, con l’obiettivo dichiarato di accrescere la redditività dello studio.

Le azioni da mettere in atto si possono schematicamente rappresentare con promozione dello studio (comunicazione e marketing) e interventi di tipo gestionale che semplifichino la conduzione dell’attività, anche attraverso aggiornamenti ed interventi mirati, che porti ad una valorizzazione del brand e dello studio afferente.

Fondamentale ampliare l’offerta al paziente creando strumenti dedicati e finalizzati alla sua fidelizzazione.

Va ricercata una coesione interna, tra Professionisti simili e compatibili che mirino al miglioramento ed allo sviluppo con un coordinamento centrale sempre più strutturato al fine di generare “valore” per gli Associati ed i pazienti.

Lo studio monoprofessionale quindi è una realtà straordinaria, che può e deve continuare ad affermarsi come modello privilegiato dell’odontoiatria italiana a patto che la logica di rete, il network appunto, prevalga. Fare gruppo, in ultima analisi, significa individuare e definire diversi percorsi comuni, ai quali ciascuno di noi potrà partecipare a seconda delle esigenze e delle modalità con le quali intende continuare ad esercitare la Professione.

E’ questo quello che è emerso al recentissimo Congresso Politico ANDI svoltosi a Venezia!

Mauro Rocchetti
Vicepresidente Vicario Nazionale

 

Pubblicato il 20 luglio 2016

Newsletter del 20.07.2016

 

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