The day after: le conseguenze psicofisiche di una pandemia

The day after: le conseguenze psicofisiche di una pandemia
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Nella lotta contro il Covid-19, ad assolvere al compito più difficile è stato chiamato, senza alcun dubbio e senza distinzione, chi presta servizio nel settore sanitario. E’ acclarato che il lavoro di medici e infermieri, non solo ospedalieri ma anche ambulatoriali e liberi professionisti, tra i quali i dentisti, si è modificato enormemente negli ultimi 18 mesi e lo stress fisico ed emotivo, che hanno dovuto sopportare, rischia di avere oggi delle gravi ripercussioni sul loro benessere psicologico.

In riferimento al settore sanitario libero professionale, in particolare a quello odontoiatrico, e’ noto come, fin dall’inizio della pandemia, i dentisti abbiano dovuto gestire le urgenze trovandosi, senza sufficiente preparazione e con scarsi mezzi, a fronteggiare l’emergenza a stretto contatto con pazienti privi di protezioni individuali, rientrando così tra i sanitari più esposti al rischio di contrarre un’infezione da Covid-19. Tuttavia, a posteriori, e’ apparso evidente, dati statistici alla mano, che i protocolli, le procedure e i DPI adottati, hanno scongiurato questo pericolo in quanto i dentisti sono stati, tra tutte le categorie sanitarie, quelli meno colpiti dal contagio. Questa situazione di stress li ha comunque esposti a uno dei maggiori pericoli a cui sono andati incontro anche gli altri professionisti del comparto sanitario, soprattutto per il protrarsi nel tempo dell’emergenza SARS-Cov 2: la cosiddetta sindrome da burnout.

I lavoratori di questo settore, con i loro diversi ruoli e le rispettive mansioni, si sono trovati in prima linea ad affrontare un’emergenza improvvisa ed epocale, che ha inciso non solo sui loro carichi di lavoro e sul logoramento fisico, ma anche e forse soprattutto, sulla loro salute psicologica. Secondo i dati della ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano infatti, la pandemia di COVID-19 ha avuto un forte impatto negativo sul benessere psicofisico degli operatori sanitari: uno su tre ha mostrato segni di burnout e uno su due ha sofferto di sintomi di stress psico-fisico. I sanitari sono diventati quindi tra le categorie professionali più esposte allo stress lavorativo tanto che la rivista “Lancet” ha recentemente sottolineato l’importanza di realizzare interventi in grado di tutelare il loro stato di salute fisico ed emotivo.

La sindrome del burnout, come dice il termine inglese, è la sindrome da scoppio emotivo, da stress professionale di un lavoratore che opera in una struttura aziendale, molto spesso, nei servizi dedicati alla persona conseguente a un sovraccarico stressante di lavoro protratto nel tempo. E’ una sindrome che ha una sua caratterizzazione molto seria e può andare da una lieve fino ad un’intensa gravità. Presenta sintomi sia psichici che somatici. I sintomi psichici vanno dallo stato di ansia continuo a depressione dell’umore. I sintomi somatici più diffusi sono dovuti ad una tendenza a canalizzare l’ansia sul versante somatico. Il quadro depressivo può essere molto grave ed è inquadrabile nel disturbo post-traumatico da stress cronico, secondo la classificazione del DSM IV, il manuale di classificazione dei disturbi psichiatrici. Una condizione che può essere molto invalidante in quanto il lavoratore che ne è affetto, necessita di cure e di terapie prolungate: dalla psicoterapia alla necessità di interventi farmacologici.

Pertanto, rimanendo nel nostro ambito libero professionale, è una sindrome che ha i suoi costi economici e un impatto negativo, sia quando a essere colpito e’ il titolare di uno studio, sia quando l’assenza per malattia, anche per lunghi periodi, riguarda un lavoratore dipendente o un collaboratore Si tratta quindi di un disturbo post-traumatico da stress cronico professionale di cui si e’ sempre parlato poco, ma che è molto frequente, anzi direi in forte aumento , nella nostra realtà sociale, soprattutto laddove ci sono state situazioni di lavoro oggettivamente stressanti, amplificate, in questo periodo, dalla grave crisi economica e sanitaria. E’ una sindrome, di cui devono tenere conto gli specialisti per sapere come affrontarla, ma anche la società e le istituzioni, da ora in poi, dovranno farsi carico di questo problema che ormai, come dimostrano le statistiche, riguarda anche la nostra categoria professionale.

Tra le categorie più a rischio di questa patologia infatti, ci sono sempre stati gli operatori che lavorano nel settore dei servizi dedicati alla persona, in particolar modo quelli impegnati nel supporto delle persone gravemente malate, come nel settore oncologico o in quello delle demenze e in tutte quelle situazioni che prevedono un grande impegno emozionale oltre che professionale. Tuttavia, come sopra riportato, complice la pandemia in corso, anche i sanitari e i dentisti liberi professionisti rientrano oggi in questa categoria, in quanto nonostante negli studi medici siano stati adottati sin da subito tutti protocolli di sicurezza, gli odontoiatri nell’esercizio della propria opera sono, per necessità, a stretto contatto con pazienti impossibilitati all’utilizzo di qualsivoglia dispositivo di protezione individuale, proprio per la particolarità della prestazione. Innegabile quindi l’alto rischio per l’operatore che esegue il trattamento odontoiatrico, una situazione che comporta oggi più che mai un forte stress emotivo, dovuto anche all’alto livello di attenzione e di concentrazione necessario a coloro che hanno iniziato a prestare la loro opera, in questo settore, sin dall’inizio della pandemia.

Volendo approfondire troviamo che le cause del burnout secondo gli studiosi sono di due tipi: soggettive e oggettive. Le prime sono legate al lavoratore e quindi risultano essere di tipo psicologico individuale. In questo caso entra in gioco la personalità, la sensibilità del lavoratore e il suo senso di responsabilità e di capacità di adattamento Le seconde, le oggettive, sono quelle in cui il burnout può dipendere anche dalla mancata organizzazione del contesto professionale in cui si opera. Si evince che ci sono molte situazioni che possono influire nel determinare il manifestarsi della patologia in un lavoratore. Tra queste compaiono le cosiddette “organizzazioni disfunzionali” fortunatamente frequenti solo in alcuni contesti lavorativi, in cui c’è incongruità tra “mission” esplicita ed implicita. Quando infatti, ci si trova nella situazione in cui la mission esplicita è la qualità del lavoro, il benessere e la sicurezza dei pazienti e degli operatori, ma quella implicita è il mero profitto, il business, si determinerà facilmente una grossa situazione di disagio per tutto il team. Sono quindi gli operatori più sensibili e responsabili che, oberati di lavoro in situazione di stress, rischiano più facilmente di andare incontro a questa patologia favorita anche dalla rapidità con cui l’emergenza da pandemia Covid si è diffusa generando una crisi mondiale.

E’ utile ricordare che esistono dei fattori di protezione rispetto all’insorgenza del burnout come il buon lavoro di equipe e il fatto che ognuno abbia chiaro il confine del proprio ruolo e delle proprie competenze. Importante a fini preventivi, e’ che ci sia un’ampia discussione di tutti gli aspetti emotivi, la supervisione del lavoro da svolgere ma anche e soprattutto la formazione del personale. Uno studio professionale oggi , per dirsi efficiente, deve necessariamente dedicare risorse economiche alla formazione del proprio personale in modo da rendere edotti tutti gli operatori di questi rischi e di come fronteggiarli, così che possa essere prevenuta o individuata precocemente l’insorgenza di questa sindrome. Il lavoratore deve aver chiaro fondamentalmente il confine del proprio ruolo all’interno del team, per prenderne consapevolezza. Se infatti, colui che presta la propria opera, sia esso titolare di studio, collaboratore o dipendente, accetta tutti i sovraccarichi lavorativi e professionali che gli vengono scaricati addosso, in un’organizzazione disfunzionale, rischia la sindrome di burnout. Il vero fattore protettivo risulta essere la consapevolezza e il confine del proprio ruolo e delle proprie competenze attraverso una formazione adeguata.

Sta poi al lavoratore, individuare quegli aspetti sia personali (psicologico-individuali) sia dell’organizzazione in cui opera, in quanto averne consapevolezza e’ già di per sé è un fattore di prevenzione dal rischio di arrivare alla sindrome conclamata. E’ evidente quindi, in attesa che si torni alla normalità, quanto sia necessario tutelare la salute emotiva degli operatori sanitari e dei loro pazienti, rendendo tale intervento un imperativo sia etico che professionale anche da parte delle Istituzioni competenti. E’ ormai dimostrato che il Coronavirus spesso non esaurisce il suo percorso con la sola negativizzazione, lo sfebbramento o le dimissioni. Il Covid spesso, si prolunga nel tempo portando ripercussioni psico- fisiche e quadri clinici nuovi che vanno dal “long covid” alla “Pandemic Fatigue” che l’Organizzazione mondiale della Sanità definisce come la ”tendenza a sentirsi demotivati nel seguire i comportamenti raccomandati per proteggere sé stessi e gli altri dal virus Sars-CoV-2, proprio perché non è ancora possibile vedere un orizzonte chiaro e predicibile di miglioramento di questa annosa situazione”.

Sabrina Santaniello, Presidente ANDI Roma e Segretario ANDI Nazionale